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Roma Pop City 60-67

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Roma Pop City 60-67

 

Protagonista assoluta della mostra è la città, Roma, con i suoi monumenti, le sue strade, i suoi scorci urbani, la pubblicità, la grande cartellonistica con il nuovo lettering urbano che già dalla fine degli anni Cinquanta andava invadendo lo spazio del suo paesaggio.

La città, non da guadare ma da interpretare e da intendere anche come ambiente, vita, cultura e società, collegata alle nuove tecnologie industriali, produttive e costruttive così come a quelle espressive e mediali. Il cinema prima di tutto, con l’imperante egemonia tecnica, creativa ed estetica di Cinecittà. La televisione, nuovo schermo, filtro visivo che inizia, proprio in questo periodo, ad entrare nella realtà pittorica e quindi espressiva degli artisti di Roma, ma non solo. Artisti qui individuati in quel microcosmo creativo ed esaltante della cosiddetta “Scuola di piazza del Popolo” ovvero il – cosiddetto – “Pop romano”, denominazioni ormai superate dagli stessi critici e artisti che però nel tempo sono andate circolando soprattutto per esigenze, diciamo così, giornalistiche o per meglio dire critico-giornalistiche. Come ricorda anche Maurizio Calvesi nel 1967, nel saggio del catalogo della mostra Otto pittori romani (Angeli, Ceroli, Festa, Fioroni, Kounellis, Pascali, Schifano, Tacchi) alla Galleria De’ Foscherari di Bologna, «Se piazza del popolo non significasse, come significa, piazza del pioppo, potrebbe esserci una specie di destinazione (ma chi dice che il destino non sia anche ignorante?) nel rimando da popolo a pop. Scuola di piazza del Popolo, ovvero i Pop romani: sono infatti le due definizioni più frequenti anche se, ovviamente, la seconda è odiosa agli interessati, come qualsiasi etichetta genericamente cumulativa e, in sostanza, impropria». Ma gli artisti sono quelli e il luogo d’incontri è preciso, Roma, al caffè Rosati, in piazza del Popolo. E la creatività, il loro valore, è indiscusso. Etichette quindi che non chiudono e fissano quella che è l’estrema libertà creativa e inventiva di questi artisti e soprattutto il loro rapporto con Roma, una città in continua evoluzione che entra così di prepotenza nella loro orbita creativa, senza però mettere in atto un rapporto deviante con il passato e con quello recente in particolare. Come nei possibili riscontri, ormai storicizzati, fra gli artisti presentati e, ad esempio, la decostruzione della materia artistica di Alberto Burri, così come con le forme espressive di Ettore Colla o ancora la matericità e gli insegnamenti di Toti Scialoja. Artisti considerati proprio come maestri dai nuovi pittori di piazza del Popolo,  proprio per la forza della loro rottura con il passato e soprattutto per il superamento dell’Informe. Maestri quindi riconosciuti, anche se non unici, come fondante originario di questa nuova realtà artistica, sulla quale abbiamo voluto però totalmente costruire la struttura stessa della mostra, al di là dei maestri stessi.

La partenza perciò è proprio da quel nucleo centrale di piazza del Popolo – Franco Angeli, Umberto Bignardi, Mario Ceroli, Claudio Cintoli, Tano Festa, Jannis Kounellis, Francesco Lo Savio, Fabio Mauri, Mimmo Rotella, Mario Schifano e Cesare Tacchi – con un posto a parte riservato a Titina Maselli che per prima ha interpretato, con colori acidi e fluorescenti, l’iconografia delle periferie urbane, intendendole sempre più come nuovi segni del paesaggio umano. Fra Roma e New York.

Presenti in mostra e sempre “da piazza del Popolo”, anche Gino Marotta e Giuseppe Uncini con le loro sperimentazioni materico-industriale, rivolte alla imitatio della natura artificiale/artificiosa con il primo e alla costruzione dell’“oggetto” come significante estetico per il secondo.

Un altro nucleo di opere è stato selezionato in rappresentanza di quegli artisti che nel periodo furono anche – e con altri – identificati per la loro componente neo-metafisica, come l’avevano denominata fra i primi Cesare Vivaldi e Maurizio Calvesi, e meno “novorealista”. Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo e Renato Mambor, con i quali si rafforza la minimalizzazione dei segni e l’inserimento di immagini, sagome, strutture fisiche in qualche modo impalpabili in uno spazio neutro, quasi astratto. Lo stesso si dica, su altro versante, linguistico ed estetico, per la presenza di Nanni Balestrini e dei suoi collages/proclami politici, assolutizzati e perentori rispetto alla stessa realtà virtuale messa in atto dal poeta/scrittore. In qualche modo eccentrici – fuori centro – Gianfranco Baruchello e Luca Maria Patella, due artisti se si vuole concettualmente a latere “della piazza”, ma perfetti per contestualizzare il nuovo nucleo visivo, concettuale appunto, ma anche filmico e fotografico che in questi anni del resto ha avuto sempre più impulso e materia creativa. Così come rappresentato anche dalle “presenze” cinematografiche (o anti-cinematografiche?) di Mario Schifano e Franco Angeli, anche loro sperimentatori del mezzo in questi anni cruciali. Decisamente più il primo che il secondo. Per finire con Pino Pascali che racchiude nelle sue opere in mostra, la nuova situazione di apertura dell’arte verso l’ambiente. Al di la del quadro, della cornice quindi e della pittura.

La mostra si costringe perciò in una realtà prettamente romana, lo ripetiamo, ma fin dall’inizio conosciuta e apprezzata anche a livello internazionale, fortemente attratta, oltre che dalla città, nuova mitologia e iconologia d’arte, dal recupero dell’immagine e della figurazione storica, moderna, e quella del primo Novecento, Futurismo e Metafisica per intenderci, a volte autorizzata anche come ulteriore superamento del gesto e dell’Informe degli anni Cinquanta, in funzione proiettiva verso appunto la società. Del resto sono proprio i nuovi miti, e l’arte e la cultura sono fra questi, fra le esigenze del nuovo ceto urbano all’epoca del boom economico che in parte spingono questi artisti ad interagire con la vita stessa della popolazione.

Pop, popular, popolare o di natura popolare, dal popolo e per il popolo, se vogliamo anticipare uno dei temi e degli slogan più utilizzati nell’arte della seconda metà del decennio, grazie appunto al recupero di una formula artistica di tipo pittorico, figurativa, focalizzata nel delimitato periodo individuato, 1960-1967. In attesa quindi del Sessantotto e della rivoluzione, anche visuale e strutturale, di molti di questi stessi artisti, con il loro, per certi versi inevitabile, débordement verso il teatro, l’azione, l’environment e l’ambiente. Lo spazio quindi, da quello che era immagine e influenza della/dalla città, fino all’inclusione dello spettatore stesso nell’opera d’arte. In corsa verso il successivo decennio.

 

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Anno 2016
Formato 23 x 27 cm
Pagine 304
Lingua Italiano

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